La Dott.ssa Giovanna Ungania, Psicologa, psicoterapeuta, specialista in psicologia clinica, esperta di formazione e consulenza in ambito sportivo, svolge da anni attività agonistica nel mondo dell’atletica a livello master, propone un modello di intervento alle persone impegnate in attività sportiva sia a livello amatoriale che professionistico, integrando le competenze cliniche con l’esperienza personale maturata “sul campo”.


Dott.ssa ci può spiegare il ruolo dello psicologo all’interno di una società sportiva?

La scelta di inserire lo psicologo come parte integrante dello staff che a 360 gradi si “prende cura” dell’atleta, può risultare di non facile comprensione e può generare facili e scontate attribuzioni di significato. Siamo abituati ad associare tutto ciò che è” PSI” al campo della patologia, alle dimensioni disturbate e disturbanti che impediscono la “normalità” di quei comportamenti che vorremmo “correggere” o ricondurre dentro gli schemi che conosciamo. Si strutturano cioè una serie di rappresentazioni mentali sul ‘immagine dello psicologo, come quello che cura “i pazzi”, e di fantasie circa il ruolo di giudice, valutatore o chiaroveggente che inducono a guardarlo con sospetto. In questo senso la psicologia si occupa principalmente della salute e del benessere psicofisico della persona e dell’atleta e promuove una maggiore consapevolezza degli aspetti mentali coinvolti nello sport al fine di ampliare l’espressione del potenziale atletico. 

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E come si raggiunge questo benessere?

In primo luogo ricordandoci che abbiamo una mente!! Detta così sembra una cosa assurda, ma vi assicuro che dopo aver passato tanti anni a contatto con gli atleti, pochissimi utilizzavano le proprie potenzialità mentali per gestire al meglio i propri stati d’animo. Pensateci un attimo: ogni atleta sa che per raggiungere un obiettivo (aumentare le percentuali, migliorare la tecnica di tiro, elevare il proprio rendimento in partita, tornare in forma dopo un infortunio) deve – non solo – lavorare in modo indefesso per potenziare la massa muscolare, mantenere un giusto peso o nutrirsi in modo corretto, ma anche allenare un altro muscolo importantissimo, la mente, potenziando le “fibre” emozionali! Purtroppo è la triste esperienza di ciascun atleta, quella di essersi preparati al meglio per una gara importante e magari aver fallito la prestazione per scarsa concentrazione, o per un attacco d’ansia improvviso difficile da gestire, o per scarsa fiducia nelle proprie possibilità. Ebbene non basta raccontarsi che la colpa era del tempo, dell’allenamento sbagliato, del compagno che ha fatto un disastro, delle scelte tecniche, perché stiamo sottovalutando un importantissimo ausilio per l’espressione del nostro potenziale… noi stessi. 

Mi può spiegare a grandi linee come fa la mente a condizionare la resa fisica di un atleta ben allenato?

La mente è il corpo. Esiste cioè una profonda relazione tra l’azione il pensiero e l’emozione (modello APE), se vogliamo dirlo in altri termini la nostra fisiologia condiziona quello che pensiamo e i nostri pensieri, le cose che ci raccontiamo, modificano i nostri stati d’animo. Quindi attraverso l’apprendimento di una serie di tecniche, è possibile essere più consapevoli di quali siano gli autoinganni della nostra mente, quei famosi auto sabotaggi inconsci che ci allontanano dai nostri reali desideri e bisogni. 

Vuole dire che siamo molto bravi a complicarci la vita?

Esattamente! Il nostro comportamento è spinto da due forze motivazionali fondamentali: il piacere e il dolore. Possiamo passare la nostra vita cercando di evitare le cose che ci fanno soffrire, o possiamo perseguire ciò che ci fa star bene. Anche il modo in cui affrontiamo il nostro impegno atletico che dovrebbe arrecare piacere, gioia e divertimento, può tradursi in un’esperienza negativa, soprattutto per le giovani ragazze che investono nello sport tutta una serie di bisogni, a partire da quello fondamentale legato all’identità. Il gioco del basket prevede una vicinanza fisica molto stretta fra le compagne, che si traduce in una vicinanza mentale. Il corpo si utilizza a pieno per sostenere le compagne, per opporsi alle avversarie, per difendere una palla anche a costo di farsi male. Sul versante psicologico si sviluppa la consapevolezza del bisogno di non essere soli, di potersi fidare del sostegno dell’altro… quando si passa la palla anche se non vediamo il compagno, sentiamo che c’è. Il coach esorta spesso a fidarsi del compagno di squadra nel momento in cui si passa la palla o si elargisce un assist. Le atlete (gli atleti) forgiano il loro carattere, imparano ad avere pazienza, a volersi bene, a condividere con le compagne (i compagni) gioie e dolori. Ed è proprio l’esperienza del rapporto con le compagne (i compagni) un altro tema fondamentale per l’intervento psicologico. 

Ci spieghi meglio questo punto.

Il basket, in quanto sport di squadra, ci porta a guardare con particolare attenzione ed interesse la dimensione del “gruppo”, e occupandoci di atlete che – se impegnate nelle attività Under – hanno un’età compresa tra gli 11 e i 18 anni, sappiamo che l’adolescenza è un periodo evolutivo in cui il gruppo riveste un ruolo fondamentale. Le squadre migliori non sono quelle composte dai giocatori più bravi, ma quelle che, pur mancando “fuoriclasse”, riescono ad esprimere al meglio variabili psicologiche come senso di appartenenza, condivisione degli obiettivi, cooperazione e spirito di sacrificio. Tutto questo condiziona pesantemente la performance di una squadra. 

Quindi l’intervento psicologico in un team sportivo si colloca a livello individuale e di gruppo?

Prima ho sottolineato l’esigenza di includere la mente nell’allenamento sportivo, ma parlando di sport di squadra, dobbiamo anche essere consapevoli che stiamo trattando anche con una “mente collettiva”. Recentemente mi è capitato di ascoltare la richiesta di una giovane atleta, che mi chiedeva come fare a capire meglio l’avversario per anticiparne le mosse. Sicuramente osservandolo con attenzione, ma forse può risultare utile, prima di preoccuparsi dell’avversario, concentrarsi sulle modalità dei nostri compagni, per comprenderne fino in fondo attitudini, modalità e sviluppare progressivamente una amalgama espressione di mente e fisico di gruppo.

 

Un pensiero riguardo “Intervista allo psicologo sportivo

  1. Bella disamina e condivido in pieno la mente è la parte più importante d’allenare senza essa il corpo non rende nulla….la centralina del veicolo è tutta li come il cuore è il motore.
    Complimenti davvero

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