Nella vita agonistica di ogni atleta, all’improvviso quando meno se lo aspetta, arriva un momento, terribile e infausto, l’infortunioLa possibilità di farsi male, fa parte della carriera sportiva di ogni atleta, a livello professionistico o amatoriale, prima o poi ci si trova a fare i conti con questa brusca interruzione. Spesso non ci sono segnali che possano far presagire una lesione, una rottura o un’infiammazione importante; l’atleta si trova disorientato, incredulo… ma come, andava tutto bene, il corpo rispondeva a tutte le sollecitazioni dei carichi di lavoro, ogni obiettivo veniva raggiunto con il massimo impegno, eppure, quel dolore, stabilisce l’inizio di un percorso che può rappresentare una preziosa occasione di crescita personale e fungere da stimolo per una ricostruzione della propria identità sportiva, oppure l’esordio di una fase depressiva nella quale molti restano bloccati.

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La letteratura scientifica negli ultimi anni ha indagato le variabili bio-psico-sociali coinvolte nel processo di recupero da un infortunio, fornendoci interessanti spunti di riflessione. Sono stati chiamati in causa i tratti di personalità (ottimismo, stili di coping, pensiero positivo, tolleranza alla frustrazione), l’importanza dei fattori predittivi (stressors percepiti dall’individuo), i fattori sociali e contestuali, la presenza di un rete di supporto esterna. Tutti elementi significativamente correlati alla capacità di fronteggiare il trauma dell’infortunio, ma che devono trovare il loro significato più profondo all’interno della storia personale di ogni singolo atleta.

Di fatto quando un atleta si fa male, subisce un vero e proprio lutto. Lutto perchè è costretto , suo malgrado, a separarsi da un immagine di sé onnipotente, vincente, un sé grandioso di freudiana memoria, che coltiviamo fin da quando siamo piccoli e che contribuisce alla costituzione del senso di autostima, di efficacia (self-efficacy), di potenza (powerment). L’infortunio ci allontana momentaneamente dai nostri sogni di gloria e ci riporta ad un senso del limite imposto da un corpo che “apparentemente” ha smesso di funzionare o di collaborare con i nostri progetti interni. Lutto perchè l’atleta deve rinunciare a quel mondo che fino a quel momento ha rappresentato la sua quotidianità… la palestra, il campo da gioco, gli spogliatoi e tutto il contesto relazionale con i compagni di squadra e l’ambiente che tesse importanti equilibri vitali.

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Dunque è di estrema importanza non sottovalutare questi aspetti, proprio perchè come viene sottolineato da una lunga tradizione della psicologia sistemica, il modo in cui ciascun individuo reagisce ad una separazione dipende da come ha fronteggiato e elaborato eventi luttuosi nel passato, condizionandone il processo attuale. Si parla di un vero e proprio “lavoro” del lutto, organizzato in diverse  fasi che pur non seguendo necessariamente un ordine preciso, si organizzano intorno alla negazione iniziale (tanto non è niente, riprendo subito), alla rabbia (perchè proprio a me, perchè adesso) alla rassegnazione fino all’accettazione.

Evidentemente non si può immaginare che ogni atleta che subisce un infortunio debba iniziare una psicoterapia, ma è utile comprendere l ‘intensità degli aspetti emozionali coinvolti per poter traghettare velocemente l’atleta verso una ri-significazione profonda della pausa d’arresto subita e riorganizzare una narrazione di se credibile e coerente con le motivazioni inconsce inaccessibili alle logiche della coscienza. Questo per dire che si può accettare più facilmente quel limite, quella rottura improvvisa, quell’imprevisto, se non lo si percepisce come un evento che ci toglie qualcosa, ma come una finestra che si apre su un panorama nuovo o che forse era sempre presente, ma che non riuscivamo a vedere.

L’incidente assume così il valore di un’opportunità: mi devo fermare a riflettere.

Immediatamente veniamo assaliti da tutto quello che abbiamo tralasciato a causa dei nostri impegni sportivi: affetti, relazioni, passioni, divertimenti. La mente di un atleta è talmente assorbita nella gestione degli aspetti motivazionali, delle aspettative intra e intersoggettive, delle pressioni inevitabili del contesto sociale, che può, nel momento in cui tutto questo supera una soglia di tolleranza, “ribellarsi” e imporre una battuta d’arresto.

Questo porta a riconsiderare la questione del tempo. Tutto è finalizzato a quantificare temporalmente quello che accadrà dopo l’infortunio. La prima domanda che pone ogni sportivo è quando potrò iniziare ad allenarmi?quando tornerò come prima?

Tempo per fare, tempo per muoversi. Siamo terrorizzati all’idea che ci sia un tempo per “pensare”. Ma se riusciamo ad integrare quegli aspetti che forse stavamo trascurando (gioia, entusiasmo, divertimento, passione), allora non torneremo come prima, ma saremo dei nuovi atleti, con incredibili potenzialità di crescita e di miglioramento.

Alla luce di tutto questo cosa può spingere un atleta bloccato nel suo dolore e incastrato nei pensieri depressivi (non tornerò più come prima, la mia carriera è finita) a trovare dentro di se un motivo per non arrendersi?

Provate ad immaginare questa scena: mare aperto, venti impetuosi, flutti che si accavallano incessantemente, una barca perde l’assetto e si capovolge.

Ebbene quella manovra che tutti i naviganti conoscono di afferrare la barca e riportarla al galleggiamento, ha a che fare con il termine di resilienza, che etimologicamente deriva dal latino resilire, “rimbalzare”, ovvero l’azione necessaria a risalire sulla barca capovolta dalla forza del  mare agitato. La resilienza che tutti gli specialisti del settore individuano come la variabile più importante per fronteggiare con successo cambiamenti, eventi critici o difficoltà, ha però bisogno di un terreno fertile su cui strutturarsi, ed io ritengo che questo terreno sia la fiducia. La fiducia è una dimensione fondamentale per la nostra esistenza, contribuisce ad orientare in modo positivo la visione del mondo e favorisce la possibilità di utilizzare meccanismi psicologici adattativi (coping) come il “locus of control” interno, che fa si che si possa attribuire a se stessi la responsabilità di quanto accade. Forse non tutti sanno che anche la fiducia ha origini lontane: dalle ricerche condotte nel campo della psicologia interpersonale, la “fiducia di base” si costruisce all’interno della relazione con la figura di attaccamento, detta anche caregiver, che può essere indifferentemente il papà o la mamma o chiunque sia in grado di prestare cure adeguate al neonato. E la fiducia ha proprio  a che fare con la sicurezza della relazione, con l’aspettativa che l’altro sarà in grado di rispondere ai miei bisogni.

Dunque tutto il lavoro di recupero e di riorganizzazione emotiva e affettiva dopo un infortunio sportivo muove proprio dalla possibilità di fidarsi delle proprie potenzialità, del proprio sentire, dare fiducia al proprio corpo e a tutta quella rete di sostegno significativa che ruota intorno all’atleta (allenatore, fisioterapista, nutrizionista, psicologo, ortopedico etc), intesa come unico corpo al quale ci si può appoggiare, per riprendere fiato e ripartire.

Giovanna Ungania

Contatta la Psicologa dello Sport

 

 

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