The hot hand in basketball: On the misperception of random sequences é il titolo di un lavoro apparso su Cognitive Psychology nell’ormai lontano 1985. La comune credenza secondo cui la probabilità di “mettere” un tiro dopo un altro tiro a bersaglio sia maggiore che non dopo uno sbagliato, fu messa alla prova usando le statistiche ufficiali dei Philadelphia 76ers (allora con Doctor J in campo) e di quelle relative ai tiri liberi dei Boston Celtics di Larry Bird. Ebbene, non emergeva alcuna relazione tra successo precedente ed efficacia successiva al tiro, al punto che la sequenza di canestri messi appariva sostanzialmente casuale e legata alle capacità del singolo atleta.

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A voler cercare ancora meglio, si scopre che é stato valutato anche il valore statistico della persistenza in un lavoro di Konovicious del 2019, pubblicato su Statistical Mechanics and its Application in cui, analizzati gli score delle 28 franchigie NBA dal 1995 al 2018, si conclude che sia le sequenze positive al tiro (hot hand) che le vittorie consecutive (winning streaks o strisce vincenti) sono apprezzate come tali solo per i limitati dati disponibili. E che da un punto di vista statistico possono essere interpretati solo come una illusione.

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Nelle ultime stagioni a far parlare di sequenze incredibili sono stati gli Splash Brothers e i Golden State in generale. A questo proposito nel dicembre del 2018, su Mathematical Intelligencer compare un articolo che titola “Do the Golden State Warriors Have Hot Hands?”, in cui si sottolinea la straordinaria tendenza della gente comune a sovrastimare dati che di statisticamente oggettivo hanno ben poco, al punto di definire queste credenze come oggetto della Legge dei piccoli numeri (Law of small Numbers), in grado di condizionare l’apprezzamento della realtà in modo significativo.

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Allora? Come possiamo concludere? Forse dicendo che la mano calda non esiste da un punto di vista statistico, ma che essa é legata in primo luogo alla capacità tecnica individuale e allo stato psico-emotivo del soggetto rispetto al contesto in cui si trova a giocare. E che il giocatore (e la squadra nelle strisce vincenti) acquista in autostima, capacità di concentrazione e possibilità di esprimere il proprio potenziale in forma compiuta. Sostanzialmente é il lavoro (su fisico e testa) che fa la differenza.

G. Fiorillo. Coordinatore Elite Lab

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