Nello sport l’attenzione è stata molto studiata perchè spesso il risultato di una prestazione, specie di alto livello, dipende da quanto l’atleta sia in grado di concentrarsi sui suoi pensieri, stati d’animo e sulle sue azioni e da quanto riesca a focalizzarsi sugli stimoli significativi dell’ambiente ignorando, allo stesso tempo, quelli irrilevanti.

Ci fanno riflettere, ad esempio, le recenti ricerche sulle strategie di controllo dello sguardo (fenomeno del quiet eye), dove la capacità allenabile di protrarre la fissità dello sguardo su un punto del canestro durante l’esecuzione del tiro, aumenta l’efficacia del risultato.

Da questi studi si evince che l’attenzione è un processo cognitivo estremamente complesso. A livello neurofisiologico si verifica il coinvolgimento di diverse aree cerebrali, da quelle neo-corticali situate nella corteccia parietale posteriore, a quelle tronco-encefaliche del cervelletto, ma anche strutture appartenenti al sistema limbico, la parte più antica del cervello deputata all’elaborazione delle informazioni emozionali. Esistono infatti processi attentivi consapevoli e volontari, per esempio quando il giocatore mira il canestro prima di effettuare un tiro, e processi attentivi inconsapevoli che lavorano a livello sottocorticale, come nel ball handling automatico mentre si ricerca il compagno cui passare la palla.

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Gli allenatori sanno molto bene che per poter impostare allenamenti mirati e personalizzati, occorre valutare quali abilità cognitive sono implicate nel loro sport di riferimento. Il gioco del basket, ad esempio, è uno sport di squadra appartenente alla categoria open skill, in cui l’ambiente è mutevole e imprevedibile, per cui è necessario adattare le azioni di gioco alla variabilità delle condizioni del contesto. Diverso è il caso degli sport closed skill, dove le condizioni ambientali sono pressoché stabili (basti pensare al tiro al piattello in cui i parametri di riferimento spaziali restano invariati).

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http://www.mindmapart.com/category/sports-mind-maps/basketball-mind-maps/

Quando esploriamo l’ambiente alla ricerca di qualcosa muoviamo gli occhi, e questo avviene per far cadere il bersaglio sulla fovea, punto in cui l’acuità visiva è massima. Ma se i parametri di riferimento sono mutevoli e incostanti, risulta di fondamentale importanza coltivare l’abilità di guardare con una visione periferica, cioè riuscire ad esplorare lo spazio, spostando solo il fuoco dell’attenzione e mantenendo gli occhi immobili. Per capirci, il fenomeno a tutti noto di guardare con la coda dell’occhio.

Ebbene questa competenza è alla base del fintare: per esempio ciò che avviene quando un giocatore guarda in una direzione e poi passa la palla in un’altra (il pass no-look)!

Dunque è importante possedere una buona qualità di attenzione diffusa, e quindi un focus attentivo ampio, perchè gli elementi significativi ad esempio la palla, l’avversario, il compagno di squadra, sono localizzati in ampie porzioni di spazio e non sempre vicini tra loro.

Adesso immaginiamo che un giocatore di pallacanestro stia leggendo queste righe magari starà pensando quanto tutto questo sia interessante e si starà concentrando sulla sua esperienza, immedesimandosi negli esempi fatti, oppure mentre scorre la parola avversario, gli viene in mente il vicino di casa che tiene il volume della televisione troppo alto e lo disturba in continuazione, perdendo il filo del discorso. Ebbene questo per dire che la capacità di concentrarsi su qualcosa è estremamente variabile, proprio perchè siamo costantemente immersi in un flusso di informazioni che non provengono solo dall’ambiente esterno, ma anche derivanti dai nostri pensieri, memorie, sentimenti. Queste ultime, se non canalizzate nel modo corretto, possono compromettere la prestazione. Anche l’atleta professionista non è un robot, e come tutti gli esseri umani è soggetto a fattori psicologici: l’atleta esperto, o quello che si distingue rispetto al contesto, è molto bravo a non farsi disturbare dagli stimoli irrilevanti cui è costantemente sottoposto durante le gare, ma anche a produrre egli stesso stimoli irrilevanti in grado di disturbare l’avversario e peggiorarne la risposta.

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Questo è un punto cruciale: ciò su cui ci concentriamo e su cui focalizziamo la nostra mente, diventa la nostra realtà. La mente lavora in modo selettivo, e tutto quello che ci circonda viene interpretato alla luce dei significati che diamo e che creano la nostra personale visione del mondo! Non sono mai gli eventi esterni a determinare i nostri stati d’animo, ma piuttosto il modo con cui ci predisponiamo ad elaborarli. Se qualcuno al supermercato ci sfila sotto il naso l’ultimo pacco di biscotti preferiti, reagiamo in maniera differente se quella mattina abbiamo discusso con un amico, o se abbiamo appena ricevuto un invito a cena la sera stessa… l’evento esterno è lo stesso, ma lo stato d’animo che media la nostra risposta emozionale è completamente differente.

Forse qualcuno potrà ritenere questo discorso piuttosto scontato, ma in realtà troppo spesso siamo portati ad attribuire all’esterno la causa delle nostre azioni.

C’è chi la chiama teoria degli alibi, o chi locus of control esterno: di fatto, secondo questa modalità percettiva, ci sentiamo costantemente dipendenti e influenzati da agenti esterni che sfuggono al nostro controllo, e su cui non abbiamo alcun potere.

Ma se impariamo ad essere consapevoli dei filtri con i quali interpretiamo la realtà, riflettendo sulle nostre rappresentazioni interne del mondo, ma soprattutto su cosa ci raccontiamo costantemente durante il flusso di pensieri che attraversa la mente (self talk), allora potremmo predisporci in modo produttivo di fronte a delle situazioni importanti, quali una importante partita di campionato e diventare magicamente molto più capaci!

Ogni atleta di alto livello, lavora su di sè per poter accedere ad uno stato mentale positivo; si tratta di cambiare il colore delle lenti con cui guardiamo il mondo, ritracciare nuovi percorsi mentali che scardinano le vecchie strade neurologiche percorse abitualmente, ricordando che ciò su cui focalizziamo la nostra attenzione diventa la nostra realtà, e le parole che utilizziamo per descrivere quello che sentiamo, diventano il nostro sentire.

Dott.ssa Giovanna Ungania – EliteLab

 

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